RIPROGETTARE LO STATO DEMOCRATICO
                                E qui dove la pagina di Locke risplendeva bianca come la rugiada                                                                          La faccia della donna deve venire per scegliere e soffrire                                                                                           E perdere la sua bellezza e alla fine trovare bella                                                                                                                               La sua morte …                                                                                                                                                              Randall Jarrell


RIPROGETTARE LO STATO DEMOCRATICO

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SAGGIO UTOPISTICO SULLE NUOVE DEMOCRAZIE

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INDICE

1 - UNA CARENZA DI PARTECIPAZIONE

2 - UNA STRUTTURA ESEMPLARE: "LA POLIS GRECA"

3 - PARTECIPAZIONE

4 - RESPONSABILITÀ, MERITO, COMPETENZA

5 - I POTERI DELLO STATO

  • IL POTERE LEGISLATIVO
  • L'ESECUTIVO
  • LA MAGISTRATURA
  • IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
  • L'ORGANO DI GARANZIA COSTITUZIONALE
  • REGIONI E COMUNI

6 - L'APPARATO BUROCRATICO

7 - RAPPRESENTANZA POPOLARE E AUTONOMIA GOVERNATIVA

8 - UNA RETE DI CIRCOLI CULTURALI E RICREATIVI

9 - IL FUOCO SOTTO LA CENERE - RISPOSTE NECESSARIE

10 - A PROPOSITO DI EUROPA

11 - L'IMPRESA E IL FISCO

12 - L'INFORMAZIONE

13 - CONCLUSIONI

Pubblicato il 30/07/2020



RIPROGETTARE LO STATO DEMOCRATICO

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SAGGIO UTOPISTICO SULLE NUOVE DEMOCRAZIE

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UNA CARENZA DI PARTECIPAZIONE

Dal mese di marzo dell'anno 2018 al mese di maggio di quest'anno 2019 si sono svolte in Italia diverse consultazioni elettorali: elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento Nazionale (Camera e Senato) e del Parlamento Europeo, ma anche di molte regioni e comuni italiani. Tutti questi eventi, fatta qualche rara eccezione, del resto giustificata da situazioni particolari e comunque non particolarmente rilevanti in termini quantitativi, hanno dimostrato l'esistenza, nel corpo elettorale, di una propensione crescente all'astensione. Tale astensione ha assunto una dimensione da mettere in discussione il significato stesso dell'esito elettorale e del carattere rappresentativo degli organi in tal modo emergenti, cioè delle stesse istituzioni democratiche. Questo non accade solamente in Italia; possiamo facilmente trovare una conferma di questa tendenza in molti paesi occidentali. La percentuale dei votanti si mantiene abbastanza elevata in quelle che possiamo considerare isole fiscali come Lussemburgo, Svizzera, Irlanda, Olanda dove il benessere della popolazione si alimenta grazie a una illecita concorrenza fiscale tollerata dall'Europa, o in paesi come la Danimarca dove il welfare state produce effetti positivi in tutta la popolazione e consente la promozione sociale. Grandi Paesi come USA, Francia, Italia, Spagna mostrano invece un crescente disinteresse della popolazione alla partecipazione politica.

Possiamo brevemente supportare questo ragionamento con alcuni dati statistici.

  • Negli USA, nel 2016, per la elezione del presidente americano, non ha partecipato quasi la metà degli elettori.
  • In Francia, alle elezioni presidenziali del 2017, si è astenuto più del 51% al primo turno e più del 57% al secondo.
  • In Spagna l'affluenza nel 2019 è stata in crescita toccando il 75,8%. L'astensione perciò si è arrestata al 24,2%; tuttavia in questo periodo, dal 2016 ad oggi, sull'esito del voto spagnolo ha pesato sia il tentativo di secessione della Catalogna, sia la instabilità politica con il succedersi di quattro governi di minoranza e di breve durata.
  • In Portogallo l'astensione ha raggiunto il 40%.
  • In Italia, per le elezioni del Parlamento, siamo passati progressivamente dal 92,2% del 1948 al 72,3% del 2018 con una astensione del 27,7%. Questa astensione poteva essere certamente maggiore senza lo scontro che ha coinvolto vasti strati popolari sulla questione degli immigrati che la comunità europea non ha saputo gestire. Lasciandoci soli a risolvere questo problema, ha favorito la partecipazione al voto di una corrente populista antieuropea: Infatti, nel 2019, per l'elezione del parlamento europeo, l'astensione ha raggiunto il 43,5%. La media della partecipazione negli altri paesi europei è stata anche più bassa di quella italiana (vicina al 50%). Tra il 2018 e il 2019 si è votato in 10 regioni italiane con una affluenza che variava dal 49,5% del Friuli-Venezia Giulia al 73,9% del Trentino-Alto Adige, dove però il risultato è stato condizionato dal confronto tra le minoranze linguistiche, e al 73,10 della Lombardia, dove i risultati hanno risentito dello scontro in atto nella regione sul problema della TAV (treno ad alta velocità). Nelle altre regioni l'affluenza si è mantenuta tra il 52 e il 66%. In questo stesso periodo si è votato anche per le amministrazioni di 4627 comuni italiani, di cui 6 capoluoghi di regione e 24 capoluoghi di provincia. L'affluenza è variata, tra il tra il primo e il secondo turno, dal 61,19 al 47,61 % nel 2018 e tra il 68 e il 52,11% del 2019.

Federico Fubini sul "Corriere della Sera" del 29 agosto citando una analisi di Ipsos, sulla demografia del voto, nel confermare questa tendenza, evidenzia che le astensioni superiori alla media si registrano tra i laureati e i diplomati, tra imprenditori, liberi professionisti, dirigenti, insegnanti e impiegati, fra i giovani nella fascia tra i 18 e 34 anni. Inoltre sottolinea che la disaffezione coinvolge soprattutto quella fascia della popolazione che dà più importanza "ai principi, alla cultura o almeno a qualche idea su come la politica dovrebbe riflettere la complessità del mondo." Ecco il punto. Di questo passo la partecipazione alla politica e alla formazione delle rappresentanze popolari, in paesi come il nostro, finirà per essere appannaggio di minoranze particolarmente attive e rissose, con tendenze autoritarie, senza alcun rapporto con il concetto di rappresentanza democratica che abbiamo ereditato dal passato. In altri paesi, come gli USA che noi consideriamo democratici sono, in realtà, dominati da oligarchie che si disputano il potere nella indifferenza di circa la metà del corpo elettorale più evoluto che evidentemente ritiene di non aver alcuna speranza di poter modificare l'ordine esistente. Del resto oggi non esistono strumenti per contenere lo strapotere di chi controlla l'informazione, l'energia, la finanza e il commercio internazionale. La ricchezza si concentra nelle mani di pochi e c'è un crescente squilibrio nella distribuzione del reddito. Nello stesso tempo la sfrenata ricerca del profitto porta a sottostimare i danni ambientali. In questo contesto, la condizione di vita degli esseri umani peggiora in tutto il mondo. Se quanto abbiamo affermato sin qui è esatto allora la democrazia, come la intendiamo in occidente, è messa in discussione anche da una carenza di partecipazione, non tanto al voto, quanto, alla scelte di indirizzo politico, economico e ambientale operate dalle istituzioni rappresentative. In questo modo le democrazie occidentali finiscono per perdere la capacità di proporsi come esempi da seguire e diminuisce costantemente la loro attrattiva anche per coloro che sono costretti a vivere in paesi con regimi oppressivi e totalitari.

A questo punto possiamo chiederci: è possibile cambiare questo ordine di cose? In altre parole è possibile ottenere una significativa maggiore partecipazione? Una maggiore partecipazione che influenza può avere sul carattere rappresentativo delle istituzioni democratiche? Le istituzioni democratiche legittimate dalla partecipazione possono avere un ruolo significativo nel modificare l'ordine mondiale?

UNA STRUTTURA ESEMPLARE " LA POLIS GRECA"

Già nel primo paragrafo abbiamo visto come le democrazie occidentali, tutte fondate sull'elettorato attivo a carattere universale, abbiano fallito nel tentativo di creare organi effettivamente rappresentativi della popolazione, rivelando con ciò, la loro incapacità di rispondere ai bisogni reali delle persone. Questo sistema favorisce la elezione di individui facilmente manipolabili da chi ha interesse a servirsene, mossi spesso da interessi personali o di gruppi sociali, da pulsioni velleitarie o peggio istintive. La loro scelta è fatta con meccanismi opachi che non coinvolgono gli elettori se non con mezzi puramente formali. L'Occidente deve trovare nuove strade se vuole rimanere agganciato alle sue tradizioni culturali, magari cercando nel suo passato i momenti migliori di questa tradizione. 

Nella Grecia antica la città di Atene, nel VI secolo a.C., poteva contare su circa 250/300 mila abitanti. In questa città l'arconte Clistene aveva introdotto una riforma che trasformava una repubblica aristocratica, fondata sul censo e sul diritto di nascita, in una democrazia popolare. L'elettorato passivo era esteso a tutta la popolazione indipendentemente dalla sua condizione sociale. Tutti avevano la stessa possibilità di essere chiamati, per sorteggio, a rappresentare il corpo elettorale che allora era costituito solo dagli uomini liberi in età adulta. Negli anni successivi Atene divenne la maggiore potenza universale e il centro culturale del mondo intero. Anche se il potere legislativo era detenuto dall'ecclesia (assemblea di tutti i cittadini), in realtà le leggi venivano predisposte dalla boulé (un "parlamento" formata da 500 magistrati, 50 per ognuna delle 10 tribù territoriali). L'ecclesia poteva approvarle, modificarle o rigettarle e in quest'ultimo caso il progetto ritornava alla boulé per una nuova formulazione. Nella boulè si concentrava perciò il vero potere legislativo Il potere esecutivo apparteneva agli arconti (un organo formato da 10 magistrati). Il controllo, di tutti gli organi istituzionali e sull'operato dei magistrati, era affidato all'areopago (consiglio degli anziani) formato da "arconti in pensione" che possedeva le caratteristiche sia di tribunale sia di corte costituzionale. Poco più tardi l'arconte Efialte riformò anche questo organismo trasformandolo in un tribunale popolare. Tutti i magistrati venivano eletti, tramite estrazione a sorte, in misura eguale, tra i cittadini di ciascuna delle 10 tribù territoriali in cui, con la riforma, era stata divisa la società ateniese. Solo gli strateghi, per evitare che l'incarico fosse affidato a persona inaffidabile, venivano eletti, uno per tribù, tramite votazioni popolari . Le cariche pubbliche duravano normalmente un anno e la presidenza della boulé veniva assegnata a turno ad ogni tribù per un periodo equivalente alla decima parte di un anno. Questa struttura è stata una esperienza unica nella storia del mondo e nessuno l'ha mai ripetuta. Finché ha retto ha prodotto strabilianti risultati e Atene è diventata leggenda. Questa esperienza dimostra che una partecipazione paritaria dei cittadini, senza distinzione di censo, di diritti di nascita o di classe sociale, può essere alla base di uno stato democratico. Perché non ricominciare da qui cercando di adattare questa costruzione alla società moderna?

PARTECIPAZIONE

Promuovere la partecipazione è possibile coinvolgendo tutti i cittadini nella amministrazione dello stato e nelle scelte politiche dei suoi organismi rappresentativi. Tuttavia non si può pensare, se non per specifici casi particolari (come nei referendum da usare con molta cautela) che gli stati moderni oggi, date le loro caratteristiche demografiche, possano ricorrere a forme di democrazia diretta. Si potrebbe, però, cominciare con il concedere a tutti i cittadini/e che abbiano completato il percorso scolastico obbligatorio e siano certificati idonei/e dal punto di vista fisico e mentale, insieme all'elettorato attivo a suffragio universale anche l' elettorato passivo in moto che possano essere eletti/e, tramite sorteggio, negli organismi rappresentativi. Cittadini, consapevoli di poter essere chiamati a ricoprire cariche pubbliche, sarebbero certamente invogliati a interessarsi di politica più di quanto siano propensi a farlo oggi. Infatti, oggi, nessuno di loro può pensare di essere scelto ma è chiamato a scegliere chi deve rappresentarlo, senza conoscere chi gli viene proposto, da chi, in base a quali criteri e per che cosa. Naturalmente uno stato moderno deve mettere il sistema scolastico al primo posto dei suoi impegni programmatici perché è, soprattutto, dalla preparazione culturale dei suoi cittadini, non solo di alcuni di essi, che dipende il suo futuro. Già oggi però l'obbligo scolastico è stato esteso e la possibilità di conseguire un diploma, una laurea, una specializzazione tecnica potrebbe essere alla portata di tutti. Il parlamento eletto in tal modo sarebbe composto da persone che dal punto di vista della preparazione culturale non avrebbe niente da invidiare a quelli sperimentati in passato. Inoltre, se l'incarico fosse a termine e non rinnovabile, potrebbe contare su persone con un'ambizione di vita normale, con dei figli, una famiglia, un lavoro adeguato alle loro possibilità e che dal loro eventuale incarico pubblico non si aspetterebbero facili o addirittura illeciti guadagni. in un parlamento come questo si eviterebbe lo squallido spettacolo dell'affannosa ricerca di un sistema elettorale idoneo a garantire la governabilità. Sistema che non esiste se non nell'immaginazione popolare che qualcuno utilizza per perorare soluzioni utili a favorire la propria parte politica piuttosto di altre. Non esisterebbe neppure il problema di garantire la parità di genere perché il sorteggio non distingue il maschile dal femminile.

Ma uno stato democratico non consiste solo in una assemblea legislativa composta da rappresentanti del popolo. Ha bisogno anche di un governo, di organi di controllo, di magistrati per l'amministrazione della giustizia e di un apparato burocratico (uffici e funzionari) in grado di garantire il funzionamento della pubblica amministrazione.

RESPONSABILITÀ, MERITO E COMPETENZA

C'è chi invoca il sorteggio evocando il concetto di "uno vale uno". Il sorteggio per eleggere il parlamento non parte da questo presupposto. Le persone interessate sono molto diverse per conoscenze, competenze, origini, estrazione sociale, sesso, comportamenti per cui uno vale uno solo in riferimento alla libertà di parola e di opinione. Per questo l'assemblea che ne deriva può essere rappresentativa del popolo, e della società che lo rappresenta, nel suo insieme e nella sua complessità. Per scegliere il presidente della repubblica, per gli incarichi di governo e per le nomine in organi direttivi di importanti società, ove prevale il concetto di professionalità e competenza, sono altri i criteri da seguire. "Uno vale uno" può valere tra gruppi sociali composti da individui con le stesse identiche funzioni, con gli stessi titoli e competenze. Cioè tra eguali come si verifica nella magistratura. Qui uno vale uno perché si presume che tutti abbiano la stessa professionalità e competenza in relazione alla funzione che svolgono, anche se il giudizio sul modo in cui la funzione viene esercitata può essere diversamente giudicato. A giudicare il loro comportamento sarà infatti il CSM, il loro massimo organo rappresentativo, che avrebbe un motivo in più per essere composto da giudici sorteggiati. In questo caso il sorteggio potrebbe valere anche per l'assegnazione delle circoscrizioni giudiziarie onde evitare cordate di interessi e intrighi vari. Tuttavia anche in questo caso possono verificarsi situazioni che richiedono la scelta di personaggi con forte personalità e grande determinazione per gestire la giustizia in ambienti difficili, pieni di rischi, dove potrebbe essere difficile trovare magistrati disponibili a ricoprire il ruolo o disponibili ma inaffidabili. In questo caso dovrebbe essere il CSM a decidere.

Il sorteggio di cui si parla in questo saggio non riguarda quindi gli incarichi esecutivi e di governo, delle aziende pubbliche o partecipate, ma di chi è deputato ad approvare o respingere leggi dello stato o i governi che le propongono. Coinvolge cioè un giudizio politico che prescinde dalla responsabilità, dal merito, dalla competenza tecnica di chi lo esprime. Quando queste caratteristiche sono necessarie il sorteggio non è adeguato perché non da le garanzie necessarie. In questi casi persino la responsabilità morale deve essere presa in considerazione, anzi dovrebbe essere considerata in via prioritaria.

Esistono differenze tra un parlamento di eletti e uno di sorteggiati?

Eletti e sorteggiati non sono parimenti responsabili per le leggi e i governi che approvano o respingono. Non lo sono nemmeno per le opinioni che esprimono. Se ci sono delle differenze queste riguardano i motivi che hanno determinato la loro scelta. I primi ne hanno, i secondi no!

Per gli eletti conta soprattutto l'appartenenza al partito; il partito è diviso in correnti e le correnti sono spesso espressione di gruppi di potere ciascuno dei quali esprime una classe di dirigenti politici che scelgono ciascuno i propri uomini di fiducia. In questa scelta moralità pubblica o privata, merito, competenza, senso di responsabilità politica e civica, possono anche contare ma non sono rilevanti. Contano gli interessi che sono chiamati a rappresentare, dai quali non si possono escludere i loro propri. Infatti, l'attuale parlamento di eletti è largamente screditato, per la scelta poco trasparente degli eletti, per i privilegi e le prebende di cui gli stessi si sono gratificati e continuano ad usufruire anche in tempi di corona virus, talvolta anche per scandali di natura criminale, amministrativa o di ordine morale originati da alcuni suoi componenti. I suoi governi manifestano una grave incapacità ad operare scelte decisive per il paese e dimostrano una grandissima difficoltà di funzionamento. Per tutti questi ed altri motivi il parlamento nel suo insieme non gode della fiducia di quella parte dell'elettorato che non vota e di buona parte di quello che, obtorto collo, pur andando a votare, lo fa sperando nel meno peggio.

I sorteggiati, invece, vengono scelti in modo trasparente, non dipendono dai partiti, l'appartenenza non è un criterio di scelta e sono sottratti a qualsiasi influenza, devono rimanere nel ruolo per un periodo molto breve prima di essere sostituiti e si può evitare che siano soggetti a pressioni esterne o che abbiano la possibilità di perseguire illeciti obiettivi, limitando il loro potere di iniziativa legislativa. Inoltre il frequente avvicendamento dei sorteggiati, e la responsabilità a loro assegnata, può favorire lo sviluppo di un senso comunitario in una società che sembra averlo smarrito.

Il mondo di oggi è molto diverso da quello che in passato ha prodotto la democrazia rappresentativa su base elettorale: prima in base al censo e limitata al genere maschile, poi per passi successivi, estesa a suffragio universale. Non ci sono più tra gli umani le grandi differenze a livello globale un tempo esistenti sia sul piano culturale che di classe, di ambiente e provenienza. C'è un diffuso sentimento di eguaglianza sostanziale ed una maggiore presa di coscienza dei propri "diritti" e della assurdità di certi privilegi. Tuttavia rimane un eccesso di risorse, e del potere che ne deriva, nelle mani di pochi che ha fatto passare in secondo piano il corrispondente bisogno di rispondere, ciascuno per la sua parte, ai "doveri" imposti dall'appartenenza ad una società civile. C'è molto lavoro da fare sotto questo riguardo.

Il suffragio universale, esteso anche alle donne, fu introdotto in Italia nel dopoguerra. Lo abbiamo accolto con entusiasmo. Allora sembrava, e forse lo era, un notevole passo avanti rispetto a precedenti esperienze non solo in termini di rappresentanza democratica. Insieme al sistema dei partiti, aveva una giustificazione ulteriore nel conflitto ideologico che, in un clima di guerra fredda. anteponeva democrazia rappresentativa a dittatura comunista, oriente ad occidente, economia di mercato a economia pianificata. Ora che le questioni ideologiche non sono più prevalenti il conflitto finisce per diventare una mera questione di potere che lascia indifferente una gran parte della popolazione mentre la parte rimanente viene usata un modo strumentale da chi ha il controllo dell'informazione.

L'eliminazione del suffragio universale, e del sistema dei partiti che da esso trae origine, secondo alcuni, porterebbe alla sterilizzazione della politica forse attribuendo alla politica il significato di scontro ideologico e di potere tra classi, fazioni o corporazioni. Sono aspetti questi che competono più al dibattito culturale che ha sempre coinvolto schiere di intellettuali in ogni parte del mondo o alla rappresentazione di interessi di parte in competizione tra loro. In realtà il compito della politica e quello di perseguire il bene comune e gli interessi generali in uno spirito di collaborazione. A questo, e solo a questo dovrebbe tendere l'indirizzo politico e gli obbiettivi programmatici dei governi.

In questo saggio si prende in esame un sistema democratico fondato sul sorteggio per la elezione dell'assemblea legislativa. Ignoriamo, almeno per il momento, la probabile necessità di una seconda camera in rappresentanza delle autonomie locali con il compito di garantire la correzione di squilibri e la perequazione di risorse tra regioni e comuni. Utilizziamo invece quanto di buono ha prodotto il pensiero giuridico in passato prendendolo a base per le nostre considerazioni e proposte al fine di descrivere alcune istituzioni dello stato moderno.

Abbiamo visto come già nelle antica Grecia di Clistene ci fosse l'idea che i poteri dello stato dovessero essere divisi in modo da non sovrapporsi e condizionarsi a vicenda, che l'interesse pubblico andasse tutelato anche attraverso procedure in grado di proteggere dal rischio che l'interesse di alcuni prevalesse su quelli della comunità. Basta pensare alla limitatezza temporale degli incarichi e alla frequente rotazione degli stessi, alla necessita del rendiconto per chi era investito di incarichi pubblici. Il problema della divisione dei poteri è stato preso in considerazione con la fine delle monarchie assolute anche in Europa e negli Sati Uniti da numerosi filosi e giuristi e in particolare tra il XVII e XVIII secolo da John Locke e Montesquieu. Per divisone dei poteri si intende la separazione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Qui, a grandi linee senza troppi dettagli, proviamo a immaginali come potrebbero essere organizzati in una democrazia con un parlamento non di persone elette ma sorteggiate.

I POTERI DELLO STATO

IL POTERE LEGISLATIVO

La responsabilità del potere legislativo risiede nel parlamento. Solo il parlamento può approvare le leggi: quelle che gli vengono sottoposte dal governo o da chi ha il potere di farlo purché nelle forme richieste (ad esempio i membri dello stesso parlamento, le regioni, il popolo ) . Ha inoltre il compito di approvare la formazione del governo la cui scelta spetta invece, a seconda dei casi, al cancelliere (o primo ministro) e al presidente della repubblica. Tra i suoi compiti c'è l'approvazione del bilancio dello Stato e del programma di impegni a breve e medio termine (DEF). Ha anche il potere di togliere la fiducia al governo o ai singoli ministri e di chiedere la loro sostituzione. Al parlamento potrebbe essere riconosciuto il compito di individuate ogni anno un certo numero di persone a cui attribuire un pubblico riconoscimento per il loro impegno civile, le qualità morali o per meriti di carattere culturale, sociale, politico od economico. Uno degli obiettivi possibili da conseguire è evitare il periodico rinnovo integrale del parlamento. Si potrebbero eliminare così traumatici rovesciamenti di maggioranze parlamentari e di indirizzi politico-amministrativi capaci di annullare scelte fatte in precedenza, per ritornare magari sui propri passi la volta successiva: questa è la politica del gambero come accade oggi in Italia. Il parlamento può essere permanente; avere cioè una durata indeterminata. I rinnovi possono avvenire in modo parziale e con scadenze graduate nel tempo in modo regolare ( diciamo ogni due anni per un terzo dei componenti). Si eviterebbero momenti di interruzione nella attività legislativa e di governo a cui andiamo incontro, oggi, tra una elezione e l'altra. L'estrazione a sorte può essere effettuata dividendo il territorio in tanti collegi territoriali quanti sono i rappresentanti da eleggere, tenendo conto sia della entità demografica, sia della estensione territoriale. La durata dell'incarico, per ognuno dei componenti, potrebbe essere stabilita in due anni (salvo l'esistenza di una norma transitoria all'inizio della prima legislatura). Lo stesso potrebbe valere per il presidente dell'assemblea, per i componenti e i presidenti delle commissioni parlamentari. Tutti gli incarichi dovrebbero cessare definitivamente al termine del mandato e non essere rinnovabili.

L'elezione per sorteggio dei membri del parlamento non pone particolari problemi. I comuni hanno già adesso liste elettorali comprendenti cittadini maggiorenni, attualmente abilitati a votare (che possiedono cioè il diritto all'elettorato attivo). Chi viene estratto deve dimostrare di aver completato gli studi obbligatori, di possedere i requisiti sanitari e di non avere carichi pendenti con la giustizia. Raccolti tutti insieme in una banca dati, collegio per collegio, questi nominativi si prestano facilmente ad una estrazione controllata. Si potrebbe limitare il sorteggio ai cittadini con età compresa tra i 18 e 70 anni. Il servizio potrebbe essere reso obbligatorio salvo casi particolari per i quali l'esenzione può essere prevista sia per legge che a richiesta. Ripetute assenze, non giustificate, alle sedute del parlamento possono determinare la revoca dell'incarico, una sanzione amministrativa e la menzione nel certificato penale del casellario giudiziale. Naturalmente l'incarico dovrebbe essere retribuito con uno stipendio mensile, pari a quello di un comune funzionario di primo livello, una diaria per spese di vitto e alloggio e, per il periodo in cui rimane in carica, il diritto di usufruire gratis dei mezzi di trasporto pubblico. Inoltre potrà ottenere il rimborso di eventuali spese sostenute nell'esercizio delle sue funzioni compresa una indennità chilometrica se, a tale scopo, usa la propria auto.

L'ESECUTIVO

Ora occupiamoci del potere esecutivo, cioè del governo.Il capo del governo e tutti i componenti del governo, ministri, vice-ministri, sottosegretari, consiglieri governativi, burocrati dei vari ministeri, in base al principio della separazione dei poteri possono, almeno inparte, partecipare ai lavori del parlamento con diritto di parola ma non possono esercitare il diritto di voto sui provvedimenti legislativi. Non perdono il diritto all'elettorato passivo ma il loro incarico esecutivo diventa incompatibile con quello legislativo. Il governo ha il compito di indicare l'indirizzo politico e programmatico, di proporre e rendere esecutive le leggi. In caso di necessità può ricorrere alla decretazione di urgenza ma l'approvazione definitiva sia delle leggi normali che della decretazione d'urgenza spetta esclusivamente al parlamento. Esiste un sostanziale conflitto di interessi tra l'incarico di ministro e quello di deputato rappresentante del popolo. Se cosi non fosse i ministri finirebbero per votare provvedimenti che essi stessi propongono magari perseguendo interessi personali o di particolari gruppi di pressione. Oggi, in Italia, questo aspetto è completamente ignorato. Tenerlo presente aiuterebbe anche nella scelta di persone competenti e non di individui che, avendo il potere di approvarne la scelta, finirebbero anche per avere quello di promuovere se stessi. I membri del governo e degli uffici governativi devono perciò essere scelti in base a criteri di capacità e competenza, al di fuori del parlamento anche se la loro nomina deve trovare qui la sua legittimazione. Il Loro incarico deve essere a tempo determinato, durare non più di cinque anni e non essere soggetto a rinnovo. Ogni anno il governo, e per esso ogni singolo ministro, deve rendere conto, prima dell'approvazione del bilancio, delle risorse impegnate e dei risultati conseguiti. Deve inoltre presentare un programma di impegni a breve e medio termine indicando le risorse necessarie (DEF). Sia il bilancio che il programma devono ottenere, in prima istanza prima della presentazione in parlamento, a cui spetta in via esclusiva l'approvazione, un giudizio di legittimità e compatibilità da parte di un organismo indipendente (corte dei conti) composto da magistrati scelti per sorteggio dagli elenchi della magistratura ordinaria di secondo e terzo grado e dagli elenchi dei docenti titolari di ruolo delle rispettive cattedre nelle facoltà di diritto ed economia. La scelta dei ministri può essere effettuata dal cancelliere o dal primo ministro tra persone della società civile che abbiano già dimostrato di possedere le doti morali, culturali, capacità e l'equilibrio necessario per ricoprire tale incarico, ma chi sceglierà il cancelliere (o primo ministro)? A questa domanda cercheremo di rispondere più avanti.

LA MAGISTRATURA

La magistratura rappresenta il terzo potere. Il suo compito consiste nel far rispettare le leggi della repubblica, giudicando e applicando sanzioni amministrative o penali ai cittadini che trasgrediscono senza riguardo al loro ruolo e alla loro condizione sociale. Per svolgere questo compito senza condizionamenti, i magistrati devono godere di una autentica indipendenza dagli altri poteri dello stato. Quindi è giusto che siano amministrati da un consiglio superiore della magistratura, nominato da loro stessi, con il compito di giudicare anche il loro operato quando non sia conforme alle regole o si discosti dall'etica professionale. Anche loro possiedono il diritto all'elettorato passivo ma il loro incarico professionale è incompatibile con l'esercizio del potere legislativo, né possono essere scelti per incarichi esecutivi e di governo perciò il loro ruolo è esercitabile solo in alternativa agli altri due. Per esercitare il loro diritto all'elettorato passivo in ruoli diversi da quello della magistratura (giudicante ed inquirente) devono rinunciare alla loro professione. I magistrati hanno tutti le stesse competenze nei rispettivi ruoli e gli stessi diritti perciò, nel scegliere i loro rappresentanti nel consiglio che li rappresenta si dovrebbe effettuare il sorteggio scegliendo uno di loro nella circoscrizione in cui operano. Con questo meccanismo si evita la formazione di liste di candidati che si sostengono a vicenda per promuovere posizioni politiche. Oggi questa facoltà causa conflitti di potere ed è all'origine di gravi interferenze. Inoltre i magistrati non possono aderire ad associazioni, partiti politici, organizzazioni segrete. I loro eventuale incarichi nel consiglio dovrebbero subire il limite biennale. Come abbiamo visto in precedenza anche l'assegnazione delle circoscrizioni dovrebbe avvenire per sorteggio salvo alcuni casi eccezionali. L'organismo rappresentativo dovrebbe essere permanente e rinnovarsi per un terzo ogni due anni. Anche qui è opportuno affiancare ai giudici nei vari gradi di giudizio delle giurie popolari, con giurati estratti a sorte dalle liste circoscrizionali, come già si fa per le corti di assise. Si eviterebbe che fatti accidentali, come la perdita, anche occasionale, di equilibrio nel giudizio di qualche magistrato, possa determinare sentenze che offendono la sensibilità dei cittadini.

Con il sorteggio si possono eliminare gli intrecci tra politica e magistratura fonte di continui sospetti di reciproche interferenze e sostituzione di ruoli ma il problema della giustizia in Italia non è solo questo: assume aspetti rilevanti la lentezza e la complessità delle procedure per giungere a sentenza e l'eccesso di garantismo che consente a chi ha i mezzi necessari di evitare il giudizio finale ritardando la sentenza sino alla prescrizione di eventuale reati. In sostanza per il concorso di varie causa: i tre gradi di giudizio, la lentezza dei procedimenti e l'eccesso di garantismo, la possibilità concessa a chiunque di ricorrere senza rischi di aumenti di pena, l'esercizio dell'azione penale da parte dei magistrati non garantisce parità di trattamento, la certezza della sentenza finale, né la sua equità. Meglio sarebbe ridurre a 2 i gradi del giudizio e consentire la riapertura del processo solo se c'è evidenza di nuove prove o di errori. Si otterrebbe il risultato di accelerare le procedure ma anche di recuperare personale inquirente, giudicante e amministrativo e questo potrebbe aiutare a migliorare il funzionamento dell' apparato giudiziario.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Come nella Grecia di Clistene, solo la scelta degli strateghi veniva fatta tramite elezione diretta dal popolo, prendendo in considerazione esclusivamente persone che avevano già dimostrato la loro abilità diplomatica e militare, cosi nello stato moderno al popolo può essere affidato il compito di eleggere, a suffragio universale, il presidente della repubblica tra personalità a cui siano stati attribuiti riconoscimenti pubblici da parte dell'assemblea legislativa per le loro qualità morali e civiche e per il loro impegno in campo sociale, politico, culturale od economico. Il parlamento potrebbe indicare una rosa di candidati. Una volta eletto sarà  il presidente della repubblica a scegliere il primo ministro e a condividere la scelta dei ministri che poi incontreranno l'approvazione del parlamento.

Il presidente della repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Non è lui a rappresentare la sovranità popolare, una funzione che appartiene solo al parlamento, ma è tenuto a garantirla. Tra i suoi compiti fondamentali oltre alla scelta del primo ministro, ci sono quelli già oggi previsti dalla nostra costituzione. Vigila sul rispetto delle procedure costituzionali, promulga le leggi, può inviare messaggi al parlamento, comanda le forze armate, presiede il consiglio superiore della magistratura. In sostanza è il capo dello Stato ma anche un organo di garanzia. A differenza di oggi questo presidente della repubblica non avrebbe il potere di sciogliere il parlamento che è a tempo indeterminato, ma solo di garantire il suo graduale rinnovo. Potrebbe durare in carica sei anni e l'incarico non deve essere rinnovabile.

L'ORGANO DI GARANZIA COSTITUZIONALE

Sulla legittimità costituzionale delle leggi, sui conflitti tra le istituzioni, sulle prerogative del presidente della repubblica vigila la corte costituzionale. Anche questo organismo potrebbe avere carattere permanente, essere rinnovabile per un terzo ogni due anni e composto da un certo numero di persone (ex magistrati in pensione, ministri di precedenti governi, laureati in discipline giuridiche (con almeno 5 anni di esperienze professionali) estratti per sorteggio dai rispettivi elenchi o ordini professionali. Tutte queste persone dovrebbero aver svolto il loro mandato o la loro professione con onore senza mai subire sanzioni penali o comunque sanzioni per reati di natura amministrativa. Tuttavia, per garantire l'anima popolare della repubblica, questa corte costituzionale dovrebbe essere affiancato da una giuria popolare composta da comuni cittadini scelti su base territoriale. Anche i loro incarichi dovrebbero essere biennali e non rinnovabili.

REGIONI E COMUNI

Gli stessi principi alla base di questa struttura istituzionale possono essere applicati, con le necessarie variazioni e aggiustamenti, per le assemblee rappresentative e per gli istituzioni amministrative locali: regionali e comunali.

L'APPARATO BUROCRATICO

Il parlamento e il governo assumono decisioni il cui fine ultimo deve essere l'interesse collettivo. Per realizzare questo obbiettivo non basta approvare delle leggi occorre fare in modo che producano i loro effetti in modo generalizzato secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità. Servono uffici e servitori dello stato diffusi su tutto il territorio nazionale: a livello centrale come pure a livello locale, al centro e nelle periferie. Questa struttura rappresenta la pubblica amministrazione.

La sua utilità è fuori discussione. Senza non ci potrebbe essere vita sociale. Equità, giustizia, ordine,  le regole di comportamento civile, non sarebbero garantite. Tuttavia la necessita di uniformasi a un numero sempre crescente di norme, talvolta molto complesse e distribuite in una serie infinita di leggi e regolamenti vari, non solo a carattere nazionale ma anche regionale e comunale potrebbe indurre a un eccessivo formalismo facendo perdere di vista ciò che veramente conta: scopi e obbiettivi. Inoltre i funzionari, investiti della facoltà di autorizzare o meno, di riscuotere o erogare, di concedere o ritirare o di qualsiasi altra funzione potrebbero abusare di queste facoltà trasformando quello che è un servizio in un potere da far pesare sui cittadini. È anche possibile che un numero eccessivo di leggi e la complessità delle norme, con i loro richiami a normative precedenti creino problemi di comprensione e interpretazione, impongano prudenza, cautele e rinvii in attesa di chiarimenti. È così che la vita della gente si complica. In Italia in particolare sotto questo aspetto abbiamo largamente ecceduto sia nel numero che nella complessità. Allora partiamo da qui.

A quanto si dice in Italia abbiamo circa 150.000 leggi rispetto alle 7.000 della Francia e alle 5.000 della Germania. È pur vero che ci sono delle differenze tra diversi sistemi giuridici ma chi si appella a queste differenze per giustificare il caso italiano si riferisce soprattutto all'Inghilterra e ai paesi del Commonwealth i quali adottano la common low. Infatti nessuno di questi paesi è stato preso a riferimento perché il loro diritto si basa principalmente su sentenze passate in giudicato dai loro tribunali. Tuttavia la differenza con il sistema Francese e Tedesco che, come il nostro, si ispira al diritto romano, è eclatante. Anzi, nel nostro caso, è anche peggio di quanto appare dai numeri. Approfittando di carenze e lentezze, per la manifesta incapacità del parlamento e del governo di prendere decisioni e di assumere le responsabilità che ne derivano. Molto spesso sono i tribunali ad intervenire, anticipando parlamento e governo con sentenze che producono effetti di legge. Questo è già accaduto  in vari casi di diritti civili; Il governo, cui compete l'iniziativa legislativa, ha abbozzato senza reagire. Se lo avesse fatto avrebbe provocato un conflitto istituzionale. Così anche in Italia possiamo dire che abbiamo utilizzato la common low per legiferare aggiungendo la common low alla civil low e al diritto romano. La complessità aumenta e si complica ma non diminuisce. Nuove norme appaiono senza abrogare le precedenti. Le nuove si sovrappongono alle vecchie di cui si può anche perdere memoria, ma continuano ad esistere e, talvolta, riappaiono richiamate da qualche oscuro comma in una nuova legge. Confusione e incertezze costringono spesso ad una difficile tortuosa affannosa ricerca per una visione d'insieme. Tutto questo rende insopportabile il peso della burocrazia italiana ed ha effetti devastanti non solo sui cittadini ma, come vedremo, anche sui funzionari nell'esercizio delle loro funzioni. Ovvio che se vogliamo partire da qui c'è solo una cosa da fare: semplificare. Se guardiamo l'insieme delle cose da semplificare l'unico effetto immediato è il mal di testa che ne consegue, un senso di spossatezza che opprime il respiro e fa cadere le braccia. Ma se esaminiamo l'aspetto nel particolare allora basterà obbligare chiunque assuma l'iniziativa di proporre una norma su un certo argomento di integrarla nel contesto di tutte le norme che regolano il settore proponendo l'abrogazione di tutta la legislazione preesistente al riguardo. Basterebbe questo piccolo passo per vedere un po' di luce in fondo al tunnel

Il secondo aspetto da affrontare riguarda la facilità con cui i funzionari si trincerano talvolta dietro un eccessivo formalismo. Anche questo caso è strettamente legato al primo più sopra esaminato. Leggi omni-comprensive per materia, più semplici da leggere e da applicare significa funzionari più sereni, self confident, capaci di ottenere fiducia e di dare certezze, di assumere responsabilità, in sostanza di interpretare il loro ruolo. Sarà più difficile perdersi dietro formalismi e più facile intravvedere gli obbiettivi da conseguire. Anche in questo caso l'esecutivo ha il dovere di intervenire semplificando le procedure, informatizzando i servizi, facilitando i cittadini nell'adempimento delle pratiche e poiché i funzionari hanno l'obbligo di verificare la verità delle certificazioni rese, meglio sarebbe se, talvolta, se non sempre, sostituissero i cittadini in queste funzioni servendosi dei servizi digitali a disposizione dell'amministrazione statale.

Infine ci sono funzionari che sono orgogliosi di essere "servitori" dello stato e svolgono il loro ruolo con impegno e dedizione in tutte le circostanze per quanto difficili, anche affrontando rischi e sacrifici talvolta fino all'eroismo. Occorre però che questa etica sia adeguatamente apprezzata e le persone che la praticano adeguatamente protette perché in tutti i settori dell'amministrazione pubblica si diffonda tra i funzionari la cultura del servizio cioè il concetto che il loro ruolo non è quello di esercitare un potere sugli utenti ma di aiutarli a risolvere i loro problemi. In questo senso anche i sindacati devono allargare la loro visione inserendo tra i loro compiti l'educazione dei lavoratori all'adempimento dei loro doveri prima di rivendicare i loro diritti. Infine occorre che le carriere e gli incarichi siano fondati sul merito, comprovato dai risultati conseguiti, e sulla competenza non su automatismi privi di ogni regola.

RAPPRESENTANZA POPOLARE E AUTONOMIA GOVERNATIVA

La partecipazione è condizione essenziale per garantire il carattere rappresentativo delle istituzioni ma se le istituzioni siano in grado di produrre politiche conseguenti con la volontà espressa dal carattere popolare delle sue rappresentanze è tutta un'altra questione. Non c'è vera rappresentanza nell'elezione tramite l'esercizio dell'elettorato attivo. Ogni cittadino è un individuo con una propria personalità, aspettative, desideri che non possono riflettersi nel supposto rappresentante specie se questo gli è proposto da altri attraverso processi poco chiari, non condivisi o comunque sconosciuti dal rappresentato. Il carattere rappresentativo sarebbe più evidente se riferito non tanto alla persona del rappresentato ma all'ambiente socio culturale di appartenenza dello stesso, come nel caso della estrazione a sorte. In questo caso si formerebbe un parlamento che avrebbe le caratteristiche di un campione di tutta la società civile. Nello stesso tempo si potrebbe evitare il protagonismo eccessivo di individui sedotti dalla possibilità di acquisire posizioni di potere. Tuttavia non è detto che i governi, legittimati da un parlamento di questa natura, siano sufficientemente autonomi per prendere decisioni conformi ai desideri della loro popolazione. Ci sono forze ed istituzioni a carattere globale i cui interessi possono essere in contrasto con quelli di singoli paesi e in grado di imporre le loro condizioni. Con queste forze e queste istituzioni possono confrontarsi solo nazioni a carattere continentale, capaci di condizionare la domanda globale di beni e servizi con il loro peso demografico, con la loro forza e capacità produttiva. L'Italia non è in queste condizioni. Potrebbe esserlo l'Europa se non fosse solo una potenza economica ma rappresentasse anche una realtà politica. Quindi per noi italiani perseguire l'obiettivo di una integrazione politica dei paesi della comunità europea, formando, di molti popoli, un'unica nazione, con le caratteristiche descritte nei paragrafi precedenti, è un obiettivo fondamentale e prioritario. Potremmo per esempio imporre un diverso orientamento ad una globalizzazione dell'economia, della finanza e del commercio senza regole che ha messo in discussione e talvolta distrutto, con i diritti dei lavoratori, il "welfare state" in Occidente, senza peraltro promuovere il benessere altrove ma fomentando la sfruttamento selvaggio dei lavoratori, del suolo, il maggior profitto possibile della classe dirigente e la povertà crescente della parte rimanente della popolazione. In Italia abbiamo visto bloccare persino la mobilità sociale che per Tocqueville è una condizione "sine qua non" per cui si possa parlare di Democrazia. La globalizzazione deve procedere camminando su due gambe: non solo globalizzazione dell'economia, della produzione, della finanza e del commercio ma, in promo luogo, globalizzazione dei diritti (anche gli ecosistemi hanno i loro) ed in particolare dei diritti dei lavoratori. Solo cosi potrebbe essere evitata anche la guerra dei dazi che oggi torna prepotentemente alla ribalta.

UNA RETE DI CIRCOLI CULTURALI E RICREATIVI

Una struttura istituzionale come quella sin qui delineata potrebbe influire positivamente sul confronto tra linee politiche eliminando le conseguenze di una eccessiva aggressività e stemperando il dibattito tra le diverse posizioni in un sereno confronto. I partiti politici sarebbero destinati a ridimensionarsi se non a scomparire. La possibilità garantita ad ogni cittadino di essere chiamato a rappresentare l'intera Nazione, di essere decisivo nella elaborazione delle leggi e dell'intero sistema politico, giuridico e socio economico in cui è destinato a compiersi il suo sogno di vita, potrebbe favorire il sorgere di circoli culturali e ricreativi aperti a tutti indipendentemente dalla loro condizione sociale e dalle loro personali opinioni. Questi circoli, per lo più autogovernati su base volontaria, potrebbero svolgere la funzione un tempo esercitata dai partiti politici, di cui oggi si è perso memoria, cioè discussioni, conferenze e dibattiti su problemi culturali ma anche politici e amministrativi, senza mettere, come ora, ferocemente gli uni contro gli altri o perlomeno mitigando i motivi di scontro, ma anche favorendo momenti di intrattenimento e di impiego del tempo libero, di incontro per attività ricreative e culturali varie. In rete tra loro potrebbero condividere iniziative, progetti, programmi ed esperienze facilitando la collaborazione e la civile convivenza tra i cittadini. Si potrebbe finalmente cominciare a sperare in un paese e in un popolo che cresce in una società più matura.

Lo Stato, oggi, investe ingenti risorse nei partiti per lo svolgimento delle loro attività politiche e per il lavoro dei loro gruppi parlamentari: liberando questi ultimi dalla necessità di affrontare i costi di frequenti consultazioni a carattere nazionale o locale, almeno parte di queste risorse potrebbero essere spese per incoraggiare e sostenere l'attività dei circoli eventualmente presenti nelle varie circoscrizioni.

IL FUOCO SOTTO LA CENERE - RISPOSTE NECESSARIE

Nella piccola provincia cinese di Hong Kong con una popolazione di poco più di 7 milioni di abitanti (su circa un miliardo e mezzo della Repubblica Cinese), una folla di oltre un milione di persone, da diversi mesi, trova il modo di convocarsi spontaneamente, ogni week-end. Protestano contro il tentativo di limitare l'autonomia amministrativa concessa alla regione con gli accordi sottoscritti, tra la Gran Bretagna e la stessa Cina, all'epoca del passaggio dalla sovranità britannica a quella cinese. Oggi quelle persone che resistono alla repressione brutale della polizia locale sostenuta dal governo centrale, nel difendere la loro autonomia chiedono alle grandi potenze del mondo una sola cosa: che nelle trattative commerciali internazionali siano inserite clausole in favore dei diritti civili che sono anche e principalmente diritti dei lavoratori: libertà e partecipazione ma anche dignità del lavoro, tutela della salute, protezione sociale e forme di previdenza.

Altre folle, soprattutto di giovani e giovanissimi ma anche di adulti, manifestano in varie città del mondo al richiamo di una ragazzina sedicenne, Greta Thunberg, che riesce anche, grazie alla forza del suo messaggio a confrontarsi con uomini, politici, assemblee parlamentari e leaders mondiali. In questo caso si chiede più rispetto per l'ambiente e più attenzione alle conseguenze del riscaldamento globale.

Molte di queste persone non votano o perché la legge non lo consente o perché trovano inutile l'espressione del voto, tuttavia non si può negare che mostrino una sensibilità diversa da quella di molti, cosi detti, rappresentanti del popolo. Questa sensibilità dovrebbe essere presa in considerazione da tutti i governi del mondo e da chiunque voglia fare politica oggi. In un mondo dove finanza, produzione, commercio sono globalizzati, per garantire più equità e giustizia a livello mondiale basterebbe che nei rapporti commerciali tra stati, si prendessero in considerazione aspetti concernenti diritti civili, dignità del lavoro e ambiente.

A qualche mese dall'inizio di questi eventi altre folle, anche qui composte soprattutto da giovani, riempiono Le piazze delle città italiane. Sostanzialmente chiedono di vivere una vita normale in un paese normale, senza gente che insulta, che diffonde paure, che incita contro il diverso, dove ci sia legalità, giustizia, certezza del diritto, responsabilità, senso del dovere e la capacità di dare risposte ai bisogni della gente e del territorio. Queste persone non hanno leader, si riuniscono con un hashtag sui social e si fanno chiamare "sardine": un pesce piccolo, senza pretese. Fa ridere quando intervistatori, giornalisti, conduttori di programmi TV, chiedono a qualcuno di loro che programmi hanno.

Loro non hanno risposte, chiedono risposte. Chiedono alla politica di assumersi la responsabilità delle scelte necessarie. Invece di inutili contese nella ricerca del consenso In un paese sfinito, aspettano un segnale di cambiamento. Chiedono a tutti noi, se vogliamo vivere in una società civile, di prendere in considerazione i nostri doveri prima di pretendere i nostri diritti e ai politici di prendere coscienza che vengono scelti per svolgere un servizio a vantaggio di tutti e non per esercitare un potere da spendere per sé, per amici, parenti o sostenitori.

In sostanza le sardine dicono: "fate le cose giuste che possano trovare il nostro consenso e siccome ognuno di noi è diverso scegliete la giusta via di mezzo"

È appunto la funzione che dovrebbe svolgere il governo ma il governo è dentro il parlamento, lo condiziona pesantemente, se ne serve per addossargli responsabilità che sono proprie e che il parlamento stesso fatica a condividere. Questo crea la paralisi di un sistema che è ormai alla frutta e se non cambia bisogna rassegnarsi al suo declino.

Queste persone che oggi manifestano nelle piazze, hanno paure che non riguardano solo il loro personale futuro che appare sempre più minaccioso, ma guardano lontano ad un mondo migliore. Hanno sogni, non hanno perso la speranza, sono disposti a pagare un prezzo per consentire un futuro migliore alle famiglie che verranno. Tramite l'estrazione a sorte possiamo dare loro la possibilità di recitare un ruolo consentendo che possano sedere nelle assemblee legislative, se non dovunque, almeno, per cominciare, nelle democrazie europee.

Quando daremo loro la possibilità di esprimere la loro voce in una assemblea legislativa? Forse, solo allora, si potrà avere una legislazione più ordinata o meno caotica, più semplice o meno burocratica, più responsabile ed efficace o meno dispersiva e inconcludente.

A PROPOSITO DELL'EUROPA

Sin qui ci siamo occupati dell'Italia come nazione sovrana. Abbiamo già osservato però che esistono forze e istituzioni a carattere globale che possono condizionare la sovranità degli stati. Inoltre i paesi della Unione Europea hanno formato una comunità politica ed economica con un unico sistema monetario accettando di rinunciare in parte alla loro sovranità in funzione di una maggiore integrazione economica e la pretesa di favorire il progresso scientifico, tecnologico, la pace, i valori sociali, il benessere, i diritti civili, la difesa dell'ambiente, di regolare il commercio e di promuovere una comune politica agricola. In teoria gli stati membri dovrebbero anche avere una comune politica estera e, al suo interno, dovrebbe esistere la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali. Tuttavia l'Unione Europea sconta un grave deficit di rappresentanza democratica, è lontana dal realizzare gli obiettivi minimi previsti ed è tuttora priva di una comune politica fiscale ed economica come accadrebbe se avesse un unico ministro delle finanze. Ha una banca centrale che non potendo stampare moneta non è prestatore di ultima istanza e non può quindi svolgere a pieno titolo la funzione di regolatore del sistema monetario e del valore della moneta. Il potere legislativo risiede prevalentemente nel consiglio dei ministri dei singoli stati membri anche se tale potere è molto parzialmente condiviso con il parlamento. Il potere esecutivo è invece concentrato sulla commissione europea ma i commissari sono praticamente nominati dai governi nazionali e solo confermati dal parlamento. In sostanza manca una vera unità politica. Tutto questo produce squilibri di varia natura e l'incapacità di reagire in modo uniforme alle pressioni interne ed esterne all'unione. Al suo interno gli stati si contendono i capitali che essendo liberi di circolare possono trasferirsi dove i lavoratori non godono adeguate tutele previdenziali e assistenziali e dove i salari sono più bassi. Se non bastasse alcuni stati agiscono da paradisi fiscali offrendo rifugio a capitali di qualsiasi provenienza, lecita o illecita, con garanzie di riservatezza e soprattutto offrendo agevolazioni fiscali. Questo distrugge tutto un sistema di relazioni e di tutele nei rapporti tra produzione, capitale e lavoro nei paesi di provenienza, drogando l'economia di quelli di arrivo, senza necessariamente determinare situazioni di stabilità e sicurezza e, talvolta, alimentando lo sfruttamento di risorse umane, materiali ed ambientali. Per quanto riguarda le pressioni esterne basta riflettere sulla assenza di qualsiasi accenno ad una politica estera coerente rispetto ad eventi che ci riguardano direttamente, come per i conflitti nei paesi frontalieri dell'Africa mediterranea e del Medio Oriente e al comportamento dei paesi membri dell'unione di fronte all'emergenza immigrazione, il cui peso viene lasciato interamente sulle spalle dei paesi di frontiera in spregio al principio della libera circolazione delle persone.

Quanto sopra dovrebbe indurre ad una profonda riflessione sul destino dell'Unione. Prima di tutto occorre valutare se una unità economica che si propone di diventare gradualmente unità politica, possa essere fondata su basi egalitarie da nazioni, alcune delle quali sono troppo forti rispetto ad altre troppo deboli, senza che le une finiscano per colonizzare le altre. Anche solo il sospetto che questo possa accadere, rende difficile se non impossibile il processo di unificazione e mette seriamente in pericolo i risultati sino ad ora conseguiti. Questo stesso fatto induce gli stati più deboli dell'Unione ad affermare continuamente la loro sovranità nel timore di dover concedere qualcosa agli stati più forti. Allo stesso tempo questi ultimi oppongono resistenza verso una solidarietà che il proprio popolo potrebbe considerare una privazione e non essere disposto a concedere. Così, per assurdo, una costruzione come l'Unione Europea, indispensabile alla sopravvivenza di piccoli stati che la compongono, in un mondo globalizzato caratterizzato da paesi con dimensioni, sia territoriali che demografiche, continentali, potrebbe morire per eccesso di sovranismo. Più facile sarebbe costruire un'Europa fondata su una unione di popoli federando le loro regioni di provenienza. Del resto, già adesso, molti stati europei incontrano crescenti difficoltà ad affrontare le richieste di maggior autonomia amministrativa provenienti da molte di queste regioni. È così per l'Italia (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Sicilia, Sardegna, Alto Adige, Val d'Aosta ....) ma anche per la Spagna (Catalogna, Paesi Baschi, Galizia, Asturia, Aragona, Leon, ......), la Gran Bretagna ( Scozia, Galles, Cornovaglia, Irlanda del Nord, ....) in Belgio (Fiandre, Vallonia) , in Francia (Alsazia, Normandia, Corsica, Britannia, Provenza, Savoia, ....), la Germania è già uno stato federale formato da numerosi länder. Una unione di popoli, numerosi, ma più o meno con lo stesso peso demografico e non in grado singolarmente di prevalere sugli altri garantirebbe quella equità ed egalitarismo necessario all'Europa per costituirsi in unità politica, per potersi dotare di istituzioni veramente rappresentative e per recitare un ruolo importante in questo mondo. Nello stesso tempo eliminerebbe le tensioni autonomistiche attualmente manifeste in diversi paesi europei ed offrirebbe soddisfazione ad istanze che oggi causano gravi conflitti regionali.

L'IMPRESA E IL FISCO

L'economia di qualsiasi Stato si regge su un sistema di imprese e le imprese possono essere di varia natura: individuali di singoli imprenditori, società di persone, società di capitali, società pubbliche, società partecipate pubbliche e private. Tutte hanno lo stesso obbiettivo: produrre servizi, beni di consumo, beni durevoli o strumentali per imprese

Tutto ciò che viene prodotto determina il PIL (prodotto interno lordo) e comprende sia i beni destinati al consumo interno sia quelli destinati all'esportazione.

Per utilizzare i suoi obbiettivi l'impresa si serve dei fattori della produzione cioè capitale e lavoro. Il capitale è rappresentato dai beni strumentali e finanziari, il lavoro dal personale umano: lavoratori comuni, dirigenti, imprenditori, manager impegnati nella produzione. Anche l'insieme delle retribuzioni sia del capitale che del lavoro costituisce il PIL. Una parte della retribuzione dei fattori della produzione e data dai proventi delle esportazioni.

Il PIL quindi come Giano mostra due facce esattamente simmetriche: quella dei beni e servizi prodotti e quella delle retribuzioni (di ogni natura), dividendi e compensi erogati. Se dal valore dei beni esportati togliamo quello dei beni importati abbiamo una misura, se il saldo è positivo, della ricchezza netta del paese prodotta nell'anno preso in esame (ignorando naturalmente il costo del debito pregresso). se negativo di ulteriore debito. Non tutto il reddito prodotto viene speso in consumi, una parte viene risparmiato. Se quanto viene risparmiato è  speso in investimenti una economia è sostanzialmente in equilibrio. Ma non è detto che ciò avvenga

(Non stiamo facendo un trattato di economia ma precisiamo che le spese per beni e servizi fatti da turisti nazionali all'estero sono assimilabili alle importazioni. La stessa cosa fatta da turisti stranieri sul territorio nazionale è, invece, assimilabile alle esportazioni. 

Facciamo notare inoltre che se parte della ricchezza prodotta e non spesa per investimenti o consumi finisce all'estero, magari in paradisi fiscali, si producono squilibri di grande rilievo nell'economia  perché parte del reddito non è più disponibile per investimenti e consumi sul territorio del paese in cui viene prodotto. Questo fatto è spesso all'origine delle crisi depressive e complica notevolmente i progetti di crescita e sviluppo sia della produzione sia del reddito. 

Ad interferire sulla ricchezza nazionale è anche l'uso spregiudicato del risparmio fatto da speculatori finanziari a cui una legislazione condiscendente fornisce strumenti immorali di intervento come gli acquisti e le vendite allo scoperto. Si produce cosi una ricchezza che non aiuta né la produzione né il lavoro ma sottrae il risparmio all'uso cui dovrebbe essere destinato. L'uso di questi strumenti può addirittura creare grossi problemi di sopravvivenza anche ad aziende sane quotate in borsa e persino all'economia di uno stato sovrano. Nello stesso tempo consente ingiustificati incrementi di risorse finanziarie a persone o istituzioni che non le utilizzano certo per scopi sociali.

Naturalmente non sono solo questi i comportamenti pericolosi per l'equilibrio di un sistema economico.  Ce ne sono altri. ad esempio la creazione di denaro a debito effettuato dalle banche con la concessione di crediti privi delle necessarie garanzie,  come i non performiing loan o i mutui sub-prime con le successive cartolarizzazioni. Di questi comportamenti abbiamo conosciuto gli effetti in recenti dolorose esperienze, ma non è nostro compito approfondire questi come altri aspetti.

Anche lo stato contribuisce a determinare la situazione economica sia attraverso  le imposte e tasse sia con la spesa governativa che, in condizioni normali, dovrebbero tendere al pareggio. Diversamente, in caso di crisi depressive, si dovrebbe spingere la crescita, contenendo l'imposizione fiscale, incoraggiando i consumi e intervenendo per promuovere gli investimenti, sia pubblici che privati anche oltre i limiti del risparmio disponibile.  

Con questa digressione ho cercato di evidenziare alcuni pericolosi intrecci che esistono tra quantità economiche che assumono rilevanza sia nei processi di crescita, sia di recessione. )

Anche lo Stato può essere considerato una impresa: produce servizi indispensabili al funzionamento di una società civile, strutture per lo svolgimento di funzioni essenziali (scuola, cultura, giustizia, sanità, ordine pubblico, mobilità, informazione salvaguardia dell'ambiente), talvolta produce anche beni di importanza strategica per il paese, ma lo Stato imprenditore puro qui non ci interessa perché abbiamo già considerato le imprese pubbliche come fattori determinanti il PIL. Per conseguire questi obbiettivi anche lo Stato si serve dei fattori della produzione: il lavoro comprende le persone impegnate nella sua struttura burocratica e istituzionale; il capitale è rappresentato dai beni strumentali impegnati che possono essere di varia natura: edifici, terreni, anche beni immateriali come i sistemi organizzativi. Lo Stato però, normalmente, non produce beni ma servizi dai quali non si propone di ottenere un reddito. Per affrontare il loro costo necessita di ingenti mezzi finanziari. Reperire questi mezzi è compito dell'erario e lo fa con imposte e tasse attraverso il sistema fiscale. "Chi deve alimentare questo sistema e in che misura deve farlo in una democrazia popolare? La risposta sembra ovvia: "chi è titolare di un reddito di lavoro, di capitale o di impresa e deve farlo in misura tale da pareggiare i costi dei servizi resi". Molti redditi però, compresi quelli ottenuti con il lavoro, si acquisiscono perché erogati dalle imprese e contribuiscono non solo al benessere di chi li riceve ma anche a quello più generale della società in cui vengono spesi. Le imprese "producono" reddito e lo distribuiscono, Allora non è inconsistente porre la domanda "le imprese devono o no alimentare il sistema fiscale?" Anche l'impresa, come ogni attività umana, produce conseguenze sull'ambiente che sono condivise da tutta la popolazione, inoltre ha bisogno di strutture ed infrastrutture a carattere universale che solo lo Stato può garantire, anche se per farlo ricorre spesso al rilascio di concessioni a imprese private.

Oggi alcune imprese fanno tutto ciò che è in loro potere per evitare di pagare le imposte, sia con mezzi leciti che illeciti. i modi illeciti comprendono l'evasione e l'elusione: trasferire la sede legale dei loro affari in un paradiso fiscale è meno grave che occultare dei guadagni ma è uno dei modi per eludere il pagamento delle imposte nel paese cui competono ottenendo condizioni di favore da un altro che non se le è guadagnate. Altre imprese, specie quelle criminali preferiscono invece sistemi evasivi usando i paradisi fiscali per occultare i loro guadagni. Altre ancora mettono in atto sistemi truffaldini per non pagare imposte dovute, come procurarsi in modo fraudolento documenti di spesa inesistente o registrando minori ricavi. Tuttavia le imprese non meritano di essere criminalizzate. Sono moltissime quelle che con il loro impegno e talvolta a costo di grandi sacrifici, reggono l'economia del paese anche in condizioni difficili, nonostante gli ostacoli frapposti da un sistema burocratico inefficiente, da un erario sempre a corto di mezzi e da un sistema che non contrastando adeguatamente l'evasione pone su di loro il carico anche di chi evade o elude.

Il sistema delle imprese, il loro benessere, la loro efficienza, deve essere considerato il bene supremo di uno stato moderno. L'impresa deve essere considerata un bene sociale e la sua salute deve anche coincidere con il benessere dei lavoratori che in essa sono impegnati ed esprimono le loro potenzialità. Chi fa impresa, che si tratti dello stato o di privati, deve garantire questo obbiettivo. Se l'impresa deve essere considerata un bene sociale allora deve essere protetta e tutelata dallo Stato non sfruttata dall'erario per reperire risorse.

Fatta eccezione per le rendite di capitale e per la ricchezza ottenuta con la speculazione finanziaria, il reddito è prodotto e distribuito dalle imprese ma finché rimane nell'impresa a beneficio e tutela della sua salute e di quella dei suoi lavoratori, in altre parole finché non viene erogato all'esterno sotto forma di stipendi, dividendi, retribuzioni o compensi vari, non dovrebbe essere tassato. Molti pensano che anche le imprese, dovrebbero contribuire al risanamento ambientale e al perfezionamento della rete strutturale e infrastrutturale del paese. Tuttavia l'erario si rivolge soprattutto ai percettori di reddito e le aziende sono produttrici di reddito. Potrebbero contribuire al risanamento ambientale in proprio o con una imposta locale a titolo di contributo alla comunità in cui svolgono la loro attività. Tuttavia si ricorda che non nascono per consumare ricchezza ma per produrla, se fossero libere di utilizzare le loro risorse e non oppresse dal fisco le aziende potrebbero conseguire un processo di accumulo che consentirebbe di reggere il mercato in condizioni di maggiore autonomia e sicurezza, contando più sulle risorse proprie che sul credito bancario. Tutto questo potrebbe garantire nuove possibilità di sviluppo e crescita, creazione di nuovi posti lavoro, maggiore benessere e mobilità sociale. Proprio quello che manca oggi alla società italiana. L'azienda potrebbe diventare la seconda casa del lavoratore e gli obbiettivi dell'impresa uno dei loro principali interessi. Questo potrebbe porre il problema di nuove e più equilibrate relazioni tra fattori della produzione e aprire a nuove relazioni sociali tra lavoratori e impresa. Il sogno di Adriano Olivetti di coniugare sviluppo industriale.ambiente e diritti umani potrebbe diventare realtà e l'azienda non sarebbe solo un luogo di lavoro ma di crescita culturale, di formazione professionale, di integrazione ambientale e benessere collettivo.  

Cosa può fare lo stato per proteggere e tutelare un bene sociale, capace di produrre beni, servizi e lavoro? L'impresa chiede solo di avere risorse sufficienti per affrontare i rischi del mercato, le spese per ricerca, ristrutturazioni, crescita e sviluppo, per la sicurezza e il benessere del personale.

Allora riformuliamo la nostra domanda le imprese devono o no alimentare l'erario? La risposta dovrebbe essere :"le imprese alimentano già l'erario" e quindi sostengono il sistema fiscale con le retribuzioni, dividendi e compensi vari che distribuiscono. Ma che dire delle risorse proprie, inutilizzate, che rimangono disponibili in azienda per esigenze immediate o future prevedibili o meno che siano?

I ricavi non distribuiti ma disponibili in azienda garantiscono una maggiore sicurezza e affidabilità delle imprese, favoriscono la propensione ad investire in miglioramenti tecnologici, nella crescita e nel benessere dei lavoratori. Anche quando rappresentano temporaneamente un risparmio finiranno in qualche banca che potrà utilizzarli per finanziare altri investimenti sia privati, sia di impresa e persino per finanziare il debito pubblico. Inoltre viene meno l' interesse a eludere il fisco trasferendo la sede legale in paradisi fiscali e, al contrario, rappresentano un incentivo ad investire per imprese straniere. investimenti, innovazioni tecnologiche, processi di crescita favoriscono produzione e lavoro. Le banche non ne risentirebbero per i crediti non erogati, anzi ne trarrebbero vantaggio. Disponendo di maggiori risorse potrebbero con maggior tranquillità finanziare investimenti di privati e di aziende, evitando il rischio dei non performing loan. In sostanza i soldi lasciati all'impresa garantiscono la salute del sistema economico. Al contrario la tassazione, specie se elevata come da noi, costringe le imprese ad arrancare, stronca i buoni propositi di investire, rendono indispensabile ricorrere al credito bancario, é spesso alla fonte delle crisi depressive che ciclicamente investono l'economia nazionale. 

Quanto sostenuto sino a qui vale anche per artigiani e commercianti che attualmente sono soggetti a Irpef, purché distinguano il loro compenso o reddito personale da quello della loro azienda.

Alla ulteriore domanda se le imprese debbano finanziare l'erario con le risorse proprie trattenute in azienda, per esigenze programmate o prevedibili in futuro, la risposta dovrebbe essere quindi "non in condizioni normali".

A chi deve rivolgersi dunque l'erario per reperire le risorse di cui lo Stato necessita per i suoi fini? Generalmente ai percettori di reddito. Certamente può riscuotere tributi da chi percepisce redditi distribuiti dalle imprese che si tratti di retribuzioni o dividendi, oppure di chi percepisce rendite di capitale o compensi da speculazioni finanziarie. Sui redditi di lavoro o personali il prelievo deve essere progressivo in base al loro ammontare. L'erario può contare inoltre sulle imposte provenienti da transazioni finanziarie e commerciali, sui consumi e sulle tasse per la prestazione di particolari servizi.

Le aziende in salute con più soldi a disposizione possono consentire la crescita necessaria a produrre un aumento del gettito idoneo a compensare lo Stato per la mancata tassazione delle stesse. Lo Stato non perderebbe niente e tutti ne guadagnerebbero: Stato e Società Civile.

Quanto sostenuto a proposito delle imprese vale anche per il capitale. Deve essere il reddito o la rendita prodotta ad essere tassata. Ma la ricchezza, anche se privata, quando non utilizzata per consumi personali o familiari,  deve avere un ruolo sociale,  essere impegnata nella produzione di beni e servizi  o  essere comunque a disposizione per investimenti altrimenti deve essere adeguatamente soggetta a tassazione, in alcuni casi persino requisita per essere adibita ad usi socialmente utili.

Riassumendo tutto quanto abbiamo detto sin qui si riassume su due principi: la ricchezza privata non va demonizzata ma deve avere un rilievo sociale. Il sistema fiscale deve contare soprattutto sui percettori di reddito, non sui produttori di reddito che sono alla base della ricchezza complessiva.

L'INFORMAZIONE

Prima di affrontare questo argomento bisogna chiarire di che cosa stiamo parlando. Non si tratta solo di ascoltare la TV, di leggere libri, giornali (i tradizionali mezzi di comunicazione di massa) o i messaggi inviati sulla rete internet dei nuovi media. Informazione è soprattutto know how (sapere come, conoscere). Insieme di dati, archivi, conoscenze, memorizzati su supporti informatici e facilmente accessibili e suscettibili di elaborazione per mezzo di hardware di uso comune. Quindi know how universalmente disponibile, utilizzabile da chiunque ma anche per veicolare messaggi tra singoli individui.

Si tratta cioè di una risorsa strategica a disposizione di chiunque ma con effetti globali, capace di determinare l'ambiente culturale, economico, sociale, il comportamento delle persone, il successo o il fallimento di un intero sistema o di una singola impresa. Una risorsa che può essere usata indifferentemente da Stati democratici o da regimi autoritari. Quando l'informazione consisteva nella carta stampata, nella radio e nella TV si pensava che potesse condizionare la politica e nei paesi democratici si cercava di renderla indipendente dal potere politico. Anche in questo mondo di grandi imprese tecnologiche e dei media digitali c'è la tentazione del potere politico di utilizzare i mass media per assecondare i propri fini. Tentazione chiaramente manifesta nei sistemi autoritari come quello cinese, russo, turco (con Erdogan), ma anche in alcuni paesi occidentali ed europei. 

Negli USA. il presidente conservatore Trump accusa la principale azienda tecnologica cinese di utilizzare i dati personali di milioni di utenti americani e cinesi per manipolare l'opinione pubblica di entrambi i Paesi e minaccia rirtorsioni. Tuttavia non trascura neppure di accusare anche le grande aziende tecnologiche americane di favorire i democratici, censurando determinate notizie e favorendo la diffusione di altre. Recentemente ha minacciato di introdurre qualche forma di controllo sui social media. Le principali accuse che si rivolgono ai big tecnologici negli USA sono di essere loro stessi a manipolare sia le informazioni sia il mercato. Un articolo di Massimo Gaggi,  sul "Corriere della Sera" del 30 Sett. 2020, mette in evidenza che il Congresso Americano ha avanzato dubbi sui metodo seguiti da google per eliminare dalla rete contenuti ritenuti falsi o fuorvianti e nello stesso tempo ha ritenuto eccessivo lo strapotere del suo motore di ricerca. Gli stessi dubbi sono stati sollevati nei confronti di Facebook e Twitter per il modo in cui sono intervenuti nel dibattito politico e per il metodo usato da Facebook al fine di eliminare un concorrente (Istagram). A sua volta Amazon ha dovuto affrontare l'accusa di aver usato i dati delle imprese per favorire i suoi prodotti rispetto a quelle di altri fornitori, anche se clienti, e di approfittare della sua posizione dominante per eliminare i concorrenti. 

d'altro canto il governo cinese non ha remore a censurare i contenuti delle aziende tecnologiche americane come Google  e i loro social come Facebook o Twitter.

Sui social media pende inoltre la minaccia degli hacker, solitari o organizzati in équipe, capaci di penetrare gli archivi segreti di aziende o persino di stati sovrani per catturare dati e informazioni o per manometterli o distruggerli. Persino singoli utenti sono tutti  abilitati a inserire notizie sul web, di qualsiasi natura, vere o false che siano.

I nuovi media , rispetto a quelli tradizionali, offrono facili e molteplici possibilità di manipolazione estremamente più dirompenti e difficile da controllare. La manipolazione dell'informazione diventa uno strumento di lotta politica ed economica che unifica sul piano globale tutti i sistemi. Un martellamento continuo di fake news, producono confusione, disorientamento, difficoltà di elaborazione, incapacità di distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Inoltre i nuovi media indirizzano la conoscenza, il sapere, soprattutto verso i servizi, la produzione, nel perfezionamento tecnologico e scientifico verso l'utilizzo e il consumo di risorse. Le infrastrutture dei nuovi media svolgono un ruolo attivo importantissimo per unificare in modo universale la cultura, l'economia, la politica, indirizzando la cultura verso aspetti utilitaristici ma trascurando gli aspetti etici, i bisogni affettivi e spirituali delle persone, i loro rapporti interpersonali, le loro relazioni con il contesto sociale e con l'ambiente. Si sono perduti così i sistemi tradizionali di riferimento: la famiglia, il campanile, il minareto, il municipio, l'appartenenza a una terra, ad una nazione. Vengono a mancare quei valori che hanno garantito sino ad oggi un ancoraggio sicuro, cosi almeno si credeva, per distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Del resto i caratteri etnici, nazionali, valori religiosi, persino quelli familiari intesi in senso tradizionale, esibiti come valori fondamentali irrinunciabili, sono pericolosi e divisivi, portano alla costruzione di muri, a separazioni, emarginazioni e conflitti. Occorre un sistema di valori che sia altrettanto universale quanto lo sono i contenuti, le applicazioni, le informazioni messi a disposizione sui nuovi media digitali e le infrastrutture su cui viaggiano.

Occorre una rivoluzione culturale in grado di coinvolgere allo stesso modo: laici e religiosi, agnostici, atei e credenti. Questo significa che nei rapporti interpersonali e sociali bisogna scordare ogni criterio di appartenenza e le differenze di provenienza etnica, religiosa, identità nazionale, condizione sessuale e sociale. Non hanno motivo di esistere minoranze che rivendicano diritti particolari in quanto tali. I diritti di cui si parla qui sono diritti universali, appartengono a tutto il genere umano. In questo senso deve essere respinta ogni filosofia relativistica capace di dare una patente di legittimità e giustificazione a qualsiasi comportamento anche quando lesivo dei diritti altrui purché compatibile con i principi della globalizzazione (ad esempio: si può giustificare la vendita di armi di distruzione di massa a chiunque sia disposto ad usarle a proprio vantaggio in nome del profitto?)

Partiamo dai credenti. Si può credere in Dio o farne a meno ma gli uni e gli altri, gli agnostici, non hanno motivo di considerarsi diversi se i principi a cui si ispirano hanno una valenza universale. Per esempio i cristiani credono in un Dio che si manifesta nell'amore, i mussulmani in un Dio compassionevole e misericordioso, ma tutte le religioni pensano a Dio come una entità a cui rivolgersi per aiuto e protezione. Tutte le religioni raccomandano buone azioni per raggiungere uno stato di grazia. Si può dire che sarebbe un gran passo avanti se si cominciasse a dire che non fa differenza a quale Dio ci si rivolge se le intenzioni sono le stesse. Possiamo pregarlo in una chiesa cristiana cattolica o protestante, come in una moschea o in una pagoda o persino davanti ad un albero o a una roccia. Le azioni sono importanti più che le preghiere. Le buone azioni possono essere condivise anche dai laici, atei o agnostici che siano, tanto è vero che la rivoluzione francese ha condiviso i principi di libertà, eguaglianza, fraternità che erano anche principi cristiani ben prima di essere principi illuministici. Poi la rivoluzione ha prodotto la ghigliottina mancando di coerenza. Ma anche i credenti in fatto di coerenza sono piuttosto lacunosi. Le moderne società digitali post industriali, laiche e agnostiche, hanno sepolto la cultura umanistica rinascimentale sotto le macerie di una cultura materialistica fatta di consumi, di sfruttamento del lavoro e massimi profitti senza riguardo per i danni ambientali e sociali. Anche la frantumazione dell'informazione nei twitt, nei messaggini, nelle chat, senza gli approfondimenti che sono abituali nella carta stampata, senza le analisi critiche e le sintesi che distinguono il pensiero classico, contribuisce a questa deriva dei costumi, della cultura dei rapporti sociali ed economici nel modo di oggi.

A questo punto una funzione fondamentale potrebbe essere svolta dai circoli culturali e ricreativi, di cui ci siamo occupati in precedenza. Diffusi a livello locale nei comuni e nei quartieri delle grandi città, facendo prevalere le relazioni e i rapporti interpersonali tra gli individui, lo scambio di opinioni, le discussioni con approfondimenti ed osservazioni critiche, la condivisione di giochi esperienze, iniziative in campo culturale, turistico, ricreativo, potrebbero certamente favorire il ritorno di una nuova cultura umanistica. Impossibile prescindere dai contatti personali tra esseri umani per promuovere un clima di civile convivenza. Occorre infine che sia dato il giusto rilievo ai bisogni fondamentali di natura biologica e a principi condivisi. Non si può pretendere che tutti la pensino allo stesso modo ma per esempio tutti, atei agnostici e credenti, possono accettare l'idea che uomini e donne abbiano comuni bisogni biologici, di interazione sociale e il diritto di rivendicare condizioni di vita accettabili. Soprattutto un nuovo umanesimo non può ignorare i principi di solidarietà, convivenza civile e rispetto ambientale,. A Hong Kong i cittadini che protestavano per mantenere la loro autonomia dal governo centrale chiedevano tra l'altro alle grandi potenze mondiali che nelle trattative e scambi commerciali prendessero in considerazione anche i diritti civili e quelli dei lavoratori. Partiamo da qui per umanizzare anche il sistema informatico digitale su scala globale.


CONCLUSIONI

Con il crollo del muro di Berlino la divisione tra il mondo comunista e quello capitalista, tra economia pianificata e libero mercato, tra democrazie occidentali e regimi totalitari, è andata, in alcuni casi, scomparendo, in altri, sfumando in differenze più sottili e difficili da comprendere. La globalizzazione ha imposto le sue elementari regole ai sistemi economici di tutti i paesi del mondo influenzando la loro cultura, la loro politica, le loro tecnologie e la vita delle persone. Lo ha fatto semplicemente imponendo un elementare e primitivo principio: "massimo profitto e minima spesa". Consentendo al capitale e alle persone di muoversi ovunque avessero un interesse a farlo in termini economici o finanziari ha promosso paradisi fiscali e stati schiavisti. Lo ha fatto ignorando, anzi cercando di nascondere i costi e i disastri provocati sul piano umano, sociale e ambientale, ma soprattutto sul piano etico e culturale. Tutta una serie di valori umanizzanti sono stati travolti da questo meccanismo di sviluppo.

Ora che tutto questo è successo e continua a produrre danni una domanda comincia a farsi strada in modo preoccupante ovunque nel mondo ma soprattutto in occidente: "che differenza c'e tra un oligarca americano, uno russo o cinese?" e in modo più generalizzato "tra una oligarchia occidentale e una orientale?" Ecco una ragione in più per ripensare e riprogettare le nostre democrazie occidentali. 

Tutto ciò di cui si parla in questo saggio è un sogno utopistico e riguarda sia il ruolo svolto dalle istituzioni per il consolidamento della democrazia, sia una Europa che sorga sulla base di una federazione di popoli europei. Ma è possibile che sia tutto cosi semplice?

Basterà eliminare il suffragio universale, sostituirlo con l'estrazione a sorte, tenere distinte e separate le funzioni legislative, esecutive, giudiziarie, porre un limite al rinnovo degli incarichi, chiedere il rendiconto degli impegni presi e delle risorse impegnate?

Basterà eliminare i parlamenti nazionali e sostituirli con parlamentini regionali, opportunamente dotati di nuovi statuti amministrativi, in uno Stato sovrano a carattere continentale?

Basterà ritoccare il sistema fiscale agevolando le imprese per rimettere in moto il sistema produttivo e promuovere un nuovo umanesimo per correggere i danni provocati dalla globalizzazione?

Basterà, in tempi normali, tassare i percettori di reddito non le imprese che lo distribuiscono per risolvere le crisi economiche e l'intervento dello stato per spingere la crescita, in tempi di recessione?

Basterà inserire nelle transazioni commerciali internazionali clausole di salvaguardia sui diritti civili e dei lavoratori per dare un volto più umano alla globalizzazione?

Basterà un nuovo umanesimo che riscopra valori validi in assoluto, per fornire i punti di riferimento necessari a interpretare la complessa mole di informazioni, spesso manipolate, diffuse dalle reti universali dei media digitali? 

Possibile che tutto sia così facile se la realtà ci appare tanto complessa?

In fisica si pensa che la bellezza sia nella semplicità. La natura è complessa ma le leggi fisiche che la descrivono sono tanto più belle quanto sono semplici. Se osservo le acque melmose del fiume dopo una tempesta, o inquinate da agenti chimici, detriti organici e inorganici non posso distinguere l'acqua pura che sgorga dalla sorgente, né quella distillata dal sole che ascende alla sorgente celeste. Ogni conquista umana è stata preceduta da sogni utopistici e nessuna utopia è stata realizzata senza grandi semplificazioni. Poi il mondo si complica in mille forme e quella semplificazione svanisce nella complessità. È così che tutto ricomincia.

Non dobbiamo limitarci a gestire il presente. Dobbiamo offrire una prospettiva di cambiamenti futuri.

Il sogno di un futuro diverso deve indicare la direzione del cambiamento e la sua realizzazione deve accompagnare la gestione del presente con il carico di sacrifici necessari a sopravvivere di fronte ai disastri provocati nel passato che una classe dirigente inadeguata continua ad incrementare anziché correggere.

La visione di Renzi era forse inadeguata ma era giusto perseguire una modifica costituzionale cercando, contemporaneamente, di gestire il presente il meglio possibile. Questa visione non deve essere abbandonata.

Cavarzere  30/07/2020

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