Donne in rivolta tra arte e memoria

L'assoluzione di Oreste

Commento su un articolo di Eva Cantarella

DONNE IN RIVOLTA TRA ARTE E MEMORIA  

Eva Cantarella trae ispirazione dall'Orestea di Eschilo per la sua relazione al convegno di Firenze «Donne in rivolta tra arte e memoria», organizzato a palazzo Strozzi, dalla fondazione SUM. Ne anticipa il contenuto sul «Corriere della Sera» del 28 aprile. Definisce l'Areopago, istituito da Atena per giudicare il matricida Oreste, «il primo tribunale della storia ateniese». Con esso, sostiene, si pone fine ad una giustizia basata sulla vendetta per dare origine al mondo del diritto. Considera che il giudizio di assoluzione, calorosamente invocato da Apollo, non segni «la sconfitta della parte femminile del mondo» perché «il diritto non può essere solo ragione: per essere giusto deve dare spazio alle emozioni» Alla fine anche le Erinni che nel processo rappresentano l'accusa, rinunciano al lato sanguinario e accettano di entrare nel sistema giudiziario. La forza della persuasione vince sulla vendetta e conduce alla riconciliazione. 

Anche se questa visione è in linea con l'interpretazione classica e coerente con quella dell'autore, è possibile dare alla vicenda una lettura del tutto diversa. Nel tribunale istituito da Atena l'aspetto più rilevante non è il desiderio di vendetta e la necessità di una riconciliazione, né la relazione tra emozioni e ragione. In quel tribunale si confrontano due visioni del mondo, sostenendo e proponendo ciascuna una diversa legge naturale e un diverso ordine morale. Le Erinni assolvono Clitennestra perché «ella non aveva legami di sangue con l'uomo che uccise» e condannano Oreste per l'opposta ragione. Apollo, invece, assolve Oreste perché «non è la madre la generatrice di quello che è chiamato suo figlio; ella è la nutrice del germe in lei inseminato. Il generatore è colui che la feconda.» Nella mitologia greca le Erinni sono le figlie di Urano e di Gaia, la terra, ma in loro sopravvive il ricordo di un ordine naturale con una organizzazione sociale preesistente all'arrivo degli indoeuropei, in cui la necessità di impedire l'incesto aveva portato alla formazione di clan esogamici matriarcali e ad una credenza, pressoché universale, nel tardo neolitico, in una dea madre generatrice di vita. Di questo doveva esserci traccia anche nella memoria arcaica dei Greci. Generare era, allora, una facoltà femminile. Gli indoeuropei portarono con se un diverso ordine rappresentato da famiglie patriarcali, divinità familiari esclusivamente maschili e divinità regionali antropomorfe ove comunque prevaleva il carattere maschile. Anche generare diventa una facoltà essenzialmente maschile. Il giudizio degli dei si uniforma a quello degli uomini. Le Erinni, dee della fertilità, che consideravano il delitto tra consanguinei il più grave dei reati, in questo contesto, perdono ogni potere persuasivo sulla colpevolezza di Oreste (egli non è stato generato dalla madre). Non hanno alternative, devono adeguarsi al giudizio di Atena e alla cultura prevalente. Diventeranno Eumenidi, spiriti della buona volontà. IL desiderio di vendetta guida sia la mano di Clitennestra contro Agamennone che le ha ucciso la figlia Ifigenia, sia la mano di Oreste contro sua madre che gli ha ucciso il padre; tuttavia sul giudizio pesa soprattutto la forza del nuovo ordine morale. Non è la forza della persuasione, ed è una resa non una riconciliazione, a spingere le Erinni verso un cambiamento radicale della loro natura.

L'Areopago è, forse, il primo tribunale della storia e con esso nasce il diritto, ma questo diritto si muove nel quadro di una concezione morale che imprigiona sia la ragione che le emozioni. Per una vera riconciliazione tra le ragioni dell'accusa e della difesa nel processo di Oreste occorrerà attendere una nuova etica che comincerà ad affermarsi solo a partire dai primi anni dell'era cristiana: un'etica che attribuisca pari dignità a tutti gli esseri umani, senza distinzione di genere, di razza o di condizione sociale. Ancora una volta sarà un nuovo codice morale a stabilire il dominio nel quale deve muoversi il diritto e con esso la ragione e le emozioni. Solo con la sua affermazione sarà possibile un nuovo ordine sociale, culturale e politico che consenta, come dice Cantarella, di «cancellare per sempre la necessità della scure».

 Ivo Fava Cavarzere, li 03/05/2008